PERCHÉ il Fascismo vive

Il fascismo vive, perché non è mai morto, e perché non può morire. Cominciamo così, subito, in maniera traumatica per quelle menti mononeuronali e quelle anime imbambolate che parlano di rinascita, di neofascismo e di altre spassose elucubrazioni legate ad un periodo storicamente passato, ma spiritualmente e simbolicamente presente.

Scartiamo, intanto, due delle varie opzioni sulla sua continua evocazione.
La prima riguarda la continua pubblicazione di saggi e biografie, la mitografia editoriale, la pubblicistica spesso deteriore. Questa operazione sul fascismo paga: nel senso che tutto ciò che lo concerne fa cassa, si vende, attrae, comunque è appetibile. Gli indici commerciali sono sempre elevati, mentre riedizioni di Marx, di Togliatti, di Gramsci e di altri padri del sano comuniSmo non attirano né procurano utili. L’oblio non facilita le entrate né allenta i cordoni della borsa. Quindi il fascismo è vivo non soltanto nella memoria dei nostalgici, ma nella curiosità e nella potenza evocativa dei suoi stessi detrattori.

La seconda interessa il fattore vivificante legato all’antifascismo. Questo fantasma agitato come un mantra ipnotico nelle piazze e nei dibattiti potremmo considerarlo un sintomo della cattiva coscienza degli italiani. Non c’è discussione politica, analisi sociologica o critica più o meno filosofica che non debba essere intrisa di antifascismo. Questo anche grazie a quel fenomeno della dissoluzione che è Umberto Eco, e che il grande filosofo marxista Costanzo Preve lo inserisce a pieno titolo nel «processo di marcescenza di una intera generazione di intellettuali» uno degli «inquinatori dei pozzi» rappresentanti della «generazione più sporca della storia mondiale». Però, è da dire, che grazie al suo cattivo insegnamento ha reso perenne il fascismo attraverso l ’agitazione del suo spettro antagonista. Una modalità psicologicamente stupida, se così si può dire, perché la cosa peggiore per la mente è imporsi volontariamente il rifiuto di un pensiero intrigante, ricorrente e pervasivo; questo si incista indissolubilmente nell’organizzazione psichica e imprigiona definitivamente la persona costringendola in una struttura concettuale e percettiva che non dà sbocchi né libertà di elaborazione. Ecco spiegato, in termini semplicisti e nazionalpopolari, perché c’è più fascismo nella mente degli antifascisti che in quella dei fascisti del terzo millennio. Perché questi ultimi hanno elaborato una teoria storicamente definita inserendola in una realtà concreta, mentre i primi, mancanti di elaborazione, l’hanno rimossa negandogli una elaborazione storica e, in questo modo, hanno costruito un paesaggio di irrealtà attraverso la manifestazione di un loro sintomo. L’antifascismo è quindi il sintomo della loro coscienza malata e della loro nevrosi ossessionata dalle camicie nere e dai saluti romani.

Dal punto di vista della simbolica politica, come si accennava all’inizio, il fascismo non è mai morto, perché non è mai stato ucciso. Sono stati assassinati diversi rappresentanti di quel movimento che fù sì politico, ma nell’accezione più ampia del suo significato, che include giurisprudenza, cultura, architettura, arte figurativa e musicale, stile, educazione e molti altri aspetti della vita
individuale e collettiva. Sono state compiute stragi di partecipanti e aderenti a quel movimento, ma nessuno può cancellare gli atti di eroismo che quell’esercito e quegli uomini hanno potuto e voluto dimostrare.

Questo per un meccanismo complesso molto semplice da comprendere. Il fascismo riuscì a far convergere elementi delle più disparate concezioni della politica e della vita in un’unica e solidale visione del mondo. D’altra parte, come nella mentalità significativa delle antiche civiltà, c’era la percezione più o meno conscia che quell’esperienza così com’era stata concepita non poteva durare in eterno, per cui si impose un pensiero di eternità attraverso l’edificazione di opere concrete, tangibili, non facilmente deteriorabili o modificabili. Ecco allora le costruzioni monumentali, le fondazioni enciclopediche, la dottrina giuridica,
l ’impostazione educativa, le manifestazioni musicali, le strutture cinematografiche e tanto ancora. Tutto ciò inossidabile nella contingenza, seppure ovviamente migliorabile con il progresso tecnologico e i cambiamenti fisiologici del tempo, ma inestinguibili perché simbolici.

A fronte di ciò, i suoi detrattori, vivendo la contraddizione incapacitante di credersi eterni e di permettersi di vivere alla scadenza elettorale, non hanno saputo elaborare un progetto secolare per l’Italia per scadente desiderio e vocazione, direbbero certi psicoanalisti. Hanno mancato nella visione di un proprio destino come quei giovani che sentendosi impotenti davanti alla figura prestigiosa del padre rinunciano ad una propria autonomia e, al massimo, si attivano per demolirne la forma. In più, come abbiamo già espresso in una libera traduzione di Nietzsche, sono costretti a gettare merda su di esso per cercare di abbassarlo al proprio livello.
In questo l’antifascismo ha dato e sta dando il meglio, si fa per dire, di sé. Ogni antifascista, come un novello Erostrato, continua ad impegnarsi nella distruzione di ciò che è stato grande del fascismo, per ovvia incapacità se non altro ad emularlo, non dico a superarlo. La condanna che la storia ha decretato per lui è l’anonimato deciso dagli abitanti di Efeso, la sua scomparsa come soggetto esistito.

Ecco, il fascismo è stato un simbolo di eternità per eccezionale merito suo e per squallido demerito dei suoi denigratori. Per questo gli attuali tenutari del potere si contorcono nella foga pantoclastica e diffamatoria, con evidenti miserabili risultati.